mercoledì 22 agosto 2018

Uscire dall'euro ??

Dobbiamo uscire da questo euro per alcuni motivi semplici :
- l'euro non puo svalutare questo provoca la continua rivalutazione del debito il che va bene per le banche e non per gli stati con debito
- il meccanismo di indebitamento degli stati non si basa sulla sostenibilità dell'investimento ma sul 3% del rapporto deficit/pil, numero che nessuno ancora ha compreso da dove lo hanno preso
- il fiscal compact ed il mes ci costano 50 miliardi l'anno cifre che altri stati si sono rifiutati di pagare e non sono incorsi in nessuna moratoria
- non possiamo produrre moneta e quindi liquidità per incentivare l'economia interna
- l'euro danneggia i prodotti italiani davanti a prodotti europei poiché omologa al ribasso la qualità degli stessi..
- le più grandi aziende italiane sono state formate in seno allo stato, l'europa impedisce all'italia di sovvenzionare anche imprese partecipate, gli altri stati lo fanno regolarmente senza incorrere in moratorie.

martedì 14 agosto 2018

La dignita non si fa con l'aiutino

Quando parlo di autino non mi riferisco al lavoro a cui tutti hanno pari opportunità di accecedere ma a tutti quei meccanismi spesso illeciti e altrettanto spesso illegali di essere favoriti in barba alla legge alla morale ed a qualsiasi idea di pari opportunità.
Quando si parla di "aiutino" per avere dei provilegi molti giustificano la cosa facendo riferimento a un compromesso necessario che anche in politica c'è sempre stato.
È vero che la politica è compromesso ?? Questa convinzione si instaurò col famoso governo Andreotti appunto chiamato di "compromesso" poiché per il bene dei cittadini si veniva ad un compromesso ideologico ma come si può ben capire la natura del "compromesso politico" è di tutt'altra natura ed è politico non legale !!
Per il reddito di cittadinanza è un problema ben diverso da quello che molti vogliono far credere : la disoccupazione fisiologica nel tempo è cresciuta dal 6% al 13% nel mondo e ciò è dovuto ad un continuo aumento delle automazioni che non riescono a coprire il gap lavorativo, questo è messo in evidenza sia con il piano di industria 4.0 ( i robot costeranno meno degli umani ) sia da basilea 3.0 quindi è necessaria una politica welfare che copra questo aumento e lo dicono molti importanti economisti europei tra cui Jeremy Rifkin consulente al parlamento europeo per la presidenza.
Quindi la confusione non la ha il movimento ma quelli che credono di capire ciò che non conoscono. Se mi è permesso un consiglio : se si vuol conoscere il movimento allora è necessario partecipare ed attivarsi cosi che piano piano si comprenda che gestire una forza politica che in meno di 3 anni è la prima in italia non è semplice e che i tanto bistrattati Di Maio e Di Battista fanno sacrifici paragonabili ai nostri partigiani e molti commentatori sarcastici sono quantomeno ingenerosi..
Grazie

Il Bar di Rosina e i crediti deteriorati


Rosina è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte.
Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti).

Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora.

La banca di Rosina, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.

Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Rosina e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.

I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.

Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia

Un giorno però, alla banca di Rosina arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite.

A questo punto Rosina, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.

Rosina non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.

Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.

Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%.

La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza.

Intanto i fornitori di Rosina, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.

Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.

Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.

Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.

Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero.

Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Rosina perché astemi o troppo impegnati a lavorare.

Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.

Condividila perchè forse qualche cocainomane ubriacone  che sta al Governo si vergognerà di quello che ha fatto!!!

PS: Rosina ha perso tutto e tutti, il politico ha tutto e tutti

mercoledì 22 novembre 2017

Qualche Libro da leggere per Agile Project Management

Mi è stato chiesto un elenco di libri che riguardino il Agile Project Management: ecco un elenco di libri che ho letto, e penso che possano essere delle risorse utili per chinque sia interessato alla metodologie Lean Agile. La lista, organizzata per categorie, è in continua evoluzione, così man mano che mi ricordo cose che ho letto in passato, le aggiungerò.

Metodologie e principi agili

Qui segnalo i libri che ho letto e che riguardano Agile in generale o metodologie che non siano Scrum o eXtreme Programming (Crystal Clear, DSDM, FDD ...):

Scrum

Questi libri sono specifici per Scrum e pratiche o ruoli associati a questo framework come la 'product ownership' o lo ScrumMaster:

Lean Software Development e Lean

Questa serie di libri riguarda Lean in generale più le metodologie Lean Software Development e Kanban:

Lean Startup

Lean Startup rappresenta una vera e propria rivoluzione, i seguenti quattro libri sono stati per me illuminanti:

eXtreme Programming

Ovviamente non poteva mancare un gruppo di libri tramite i quali  ho cominciato ad appassionarmi alle metodologie Agili e che riguarda una delle metodologie più importanti: Extreme Programming. Alcune delle sue tecniche sono trattate in libri presenti nella sezione sulle Pratiche di sviluppo.

Enterprise Agile

Questi libri trattano i temi legati allo scaling delle metodologie Lean Agile e la loro adozione a livello enterprise.

    Agile Project Management

    Requisiti e pianificazione

    Questi testi riguardano la gestione dei requisiti e le diverse tecniche di stima e pianificazione agili e lean fino a coprire i temi del Behavior Driven Development (BDD):

    Pratiche agili

    I seguenti libri trattano di varie pratiche agili che spaziano dal coaching, a come effettuare retrospective e lanciare nuovi progetti e team:

    Pratiche di sviluppo

    Il confine tra pratiche agili e pratiche di sviluppo è ovviamente sottile. Qui ho cercato di raccogliere testi maggiormente incentrati su tematiche tecniche e pragmatiche, come il refactoring, il software craftmanship e la gestione del codice legacy.

    Management e leadership

    Teamwork

    Continuous Improvement

    Contesto

    Risk Management

    Organizzazione

    mercoledì 23 marzo 2016

    PARLIAMO DI E-DEMOCRACY


    PARLIAMO DI E-DEMOCRACY

    Parole del secolo scorso sembrano quanto mai attuali, scriveva così Adriano Olivetti nel suo saggio del 1949 intitolato Democrazia senza partiti: “All’alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza o di coraggio. L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni.
    Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti.”.
    Continua Olivetti: ”Nel primo dopoguerra, aveva allora 18 anni, Piero Gobetti così descriveva la stessa gravissima situazione: «Gli schemi in cui si svolge la vita politica nostra (i partiti) non consentono agli uomini sufficiente vitalità. Gli uomini cercano, nella vita pratica, realtà ideali concrete che comprendano i loro bisogni e le loro esigenze. Oggi i partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. [...] Nella vita attuale dei partiti di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini. [...] Le idee, insomma, in cui le forze si inquadrano, i partiti, sono rimasti addietro di un secolo. E gli uomini ci stanno a disagio. La storia va innanzi: gli uomini con essa. Gli schemi non possono restare gli stessi. Se non si liquidano, se rimangono, vanno soggetti nella pratica realtà alla deformazione che su di essi operano i singoli, favoriscono la disorganizzazione, la confusione, essi che per organizzare e sistemare erano sorti»”.
    Facebook non basta più, o forse non è mai bastato (tranne le dovute ed eclatanti eccezioni), ma come tutti gli strumenti che dischiudono una strada nuova, è un elemento ormai imprescindibile per la maggioranza dei cittadini virtuali abitatori del web.
    Ritengo che molti utenti animatori di Facebook si siano resi conto dei limiti del social network per antonomasia e siano altresì frustrati e stufi di riversare fiumi di parole su bacheche sterminate, senza tuttavia vedere la propria voce aggregarsi in una proposta condivisa che abbia la forza di travalicare il mondo della realtà virtuale per produrre un risultato socialmente rilevante, proprio laddove ci siano delle resistenze al cambiamento.
    Le alternative sorte negli ultimi anni, che mirano ad innovare i meccanismi di sublimazione della conoscenza a partire dalla cosiddetta intelligenza collettiva, sono molti: progetti assimilabili (a vari livelli di attinenza, diffusione e sviluppo) al calderone della E-partecipation o in altri termini al concetto di piattaforma per la costruzione collaborativa di proposte di soluzione ai problemi più disparati, sono per esempio Liquid Feedback (Germania), Nation Builder (Usa), Ocopomo (consorzio EU), Senador Virtual (Cile), Loomio (Nuova Zelanda), Parlamento elettronico, Open Dcn, Vilfredo, ARS E-democracy, Airesis (questi ultimi nati in Italia), ADI! (parlamento vasco), E-democracia (Brasile), Adhocracy (Germania), Bungeni (continente africano), Your Priorities (Islanda), Ideascale (USA), ed altri ancora.
    l’implementazione dell’algoritmo di Shulze nel contesto delle votazione a soluzioni multipla, un sistema utilizzato anche da Liquid Feedback, che consente attraverso le preferenze di determinare la soluzione maggiormente gradita (o meno sgradita) dai votanti, superando i limiti di altri sistemi che pure oggi godono di maggior fama e diffusione.
    Quali sono ad oggi le sfide della E-democracy ? Moltissime e ancora aperte.
    Citerò un breve elenco non esaustivo, con l’itento di fornire una panoramica propedeutica a stimolare l’indagine e l’approfondimento personali:
    * la certificazione delle identità dei partecipanti ed il valore legale delle votazioni online: rappresentano due fattori imprescindibili al fine di determinare un’effettiva integrazione della E-democracy nei processi istituzionali. L’attribuzione di un valore giuridicamente attendibile alle identità presenti sulle varie piattaforme, così come ai voti espressi dagli utenti medesimi, dovrà con ogni probabilità passare per l’adozione di tecnologie e strumenti già esistenti e riconosciuti dalle normative vigenti, italiane ed internazionali, andando a prevedere l’uso di certificati digitali qualificati e l’intermediazione di Certification Authorities accreditate, che svolgano pertanto la funzione di garanzia e attendibilità sufficienti a che le istituzioni possano permettersi di considerarle, accoglierle ed eventualmente svilupparle e realizzarle. Il principio guida dev’essere: “Giochiamo secondo le regole e da queste ricaviamone forza, credibilità, attendibilità”. Nessuna certificazione degli utenti o delle votazioni realizzata senza conformità agli strumenti ed alle regole previste dalle normative potrà mai andare oltre il mero accordo tra gruppi privati (che quasi certamente potrebbero disconoscere le delibere di altri gruppi con cui sono in competizione...), fatta salva la possibilità di adeguare le normative a strumenti e tecnologie per ora non contemplati.
    * la facilitazione implica onestà intellettuale nell’integrare opinioni e contributi divergenti dai propri, sensibilità e capacità di ascolto di chi espone un punto di vista diverso, competenza e cultura specifiche rispetto al tema per il quale ci si è proposti in qualità di redattore, proprietà di linguaggio e di comprensione del testo tali da consentire la redazione di sintesi fedeli al pensiero di tutti i partecipanti, evitando le distorsioni generate da un’arbitraria e deleteria reinterpretazione dei contenuti altrui.
    Questo punto rappresenta una criticità potenzialmente enorme in un processo di redazione di una proposta che si possa considerare attendibile ed efficace.
    Se tali caratteristiche vengono a mancare, la sintesi della proposta non sarà democraticamente rappresentativa di tutti i punti di vista emersi durante la discussione e, di conseguenza, il raggiungimento di una delibera ne dovrebbe risultare compromesso, anche se ciò non è sempre vero.
    Quando invece questi requisiti umani e culturali vengono soddisfatti e confluiscono nel redattore modello o in un gruppo di redattori affiatati, sensibili, rispettosi e competenti, il miracolo dell’intelligenza collettiva e della deliberazione consensuale si manifesta in tutto il suo splendore.
    * il coinvolgimento degli stakeholders per il giusto ambito: questo punto implica l’ideazione di un flusso di discussione che garantisca o quantomeno attribuisca un valore ponderato, riferibile al grado di partecipazione di tutti gli stakeholders (soggetti interessati al problema o coinvolti a livello di impatto e quindi di conseguenze da esso derivanti). Entrano qui in gioco fattori piuttosto difficili da gestire come la tutela delle minoranze e la determinazione dell’insieme di cittadini da coinvolgere (il criterio dell’area geografica e dell’iscrizione anagrafica riferita al territorio di competenza giuridico-istituzionale, non è sufficiente, basti pensare alla problematica inerente l’ipotetica realizzazione di un inceneritore con annessa discarica entro il confine territoriale di competenza del comune X, ma con impatto sui comuni limitrofi o potenzialmente su territori ancora più vasti).
    * L’attribuzione di un peso matematico differente ai voti espressi dagli aventi diritto (il dilemma “dell’uno vale uno”), sulla base di vari fattori quali la competenza rispetto al tema in esame, il livello d’impatto delle conseguenze sui vari stakeholders, l’area geografica di appartenenza, la presenza o meno di un livello di voto delegato ad altre persone. Anche qui risulta evidente che le sfide filosofiche, prim’ancora che matematiche, sociologiche e giuridiche, non manchino.
    * La gestione della competenza e della reputazione degli utenti: tutti non possono parlare di tutto con lo stesso livello di attendibilità, la competenza rispetto a tematiche o branche della conoscenza andrebbe certificata o quantomeno collegialmente attribuita e documentata? La meritocrazia dovrebbe essere un criterio ammissibile (o auspicabile) per l’individuazione degli utenti maggiormente capaci nel redigere la sintesi delle proposte, quelli che si dimostrano capaci di rispettare e rappresentare le voci di tutti ? Come determinare algoritmi il più possibile equi ed al contempo incentivanti secondo i criteri della gamification ? E’ filosoficamente ammissibile un modello deliberativo basato sulla merito-democrazia ?
    * L’interfacciamento con le istituzioni: questo è un altro punto focale che porta con sè molte sfide legate per esempio agli Open e Big Data, questioni d’interoperabilità e di sicurezza strettamente informatiche, necessità di adozione di protocolli di drafting normativo (es. akomantoso) per l’interazione con gli organi istituzionali, la necessità di porsi come soggetti superpartes, rispetto alla scena politica di riferimento, e di risultare credibili e in grado di fornire adeguati e garantiti livelli di servizio.
    * Il ruolo effettivo della E-democracy nel contesto degli organi istituzionali esistenti: Può davvero la democrazia partecipativa online sostituirsi a Camere e Parlamenti ? E’ auspicabile che lo faccia ? Sarebbe un modello migliore o peggiore dell’esistente ? Può agire con potere consultivo e propositivo ma cosa fare nel caso le sue deliberazioni provenissero da una minoranza dei cittadini aventi diritto di voto in quel contesto ? La E-democracy può agire in affiancamento paritetico o in regime di subalternità rispetto agli organi istituzionali rappresentativi ?
    * Il problema della tracciabilità degli esiti delle deliberazioni e delle votazioni online: occorre prevedere degli strumenti che consentano di gestire il project planning e il project management delle proposte, andando a dettagliare chi deve fare cosa, a quale prezzo, entro quali tempi, ecc. creando così uno strumento operativo e d’informazione che coinvolga i cittadini e gli enti privati così come le istituzioni, dialogando su un terreno comune costituito da normali e consolidati criteri di gestione d’impresa ma affini anche alla gestione di una semplice economia domestica.
    Occorre anche rendere tracciabili le votazioni effettuate implementando un meccanismo di auditable voting e garantire poi l’autenticità (del votante rispetto al voto), la non alterabilità (dell’azione di voto rispetto alle preferenze espresse) e il non ripudio (la possibilità di disconoscere il voto dopo averlo “firmato” e autenticato). L’operazione di auditing dovrebbe essere accessibile potenzialmente a tutti gli utenti per tutti i voti riferibili ad una sessione di votazione considerata.
    * Il problema della gestione dei problemi complessi: se immaginiamo di dover discutere il rinnovamento di un’area pubblica degradata, diciamo per esempio un quartiere, risulta evidente che il problema, per poter essere trattato in modo adeguato, dovrà essere scomposto in sottoproblemi (e relative sottoproposte di soluzione come per es. costruire un parco pubblico, una scuola, un’area giochi per i bambini ed una per i cani, ecc.) mentre poi, una volta approvati alcuni progetti (es. la scuola) ci si dovrebbe addentrare nei dettagli di ciascuna idea emersa con sufficiente consenso (es. come costruire il tetto, gli impianti elettrici e idraulici, gestire la conformità alle normative, arredare i locali, ecc.).
    Pertanto si rende necessario ideare degli strumenti che consentano di scomporre i macro problemi in sottoinsiemi, mantenendo i legami tra i vari elementi, consentendone la tracciabilità pre e post delibera, così come la votazione e discussione indipendente ma correlata.
    * Il problema del fact checking e dell’attendibilità delle informazioni: sappiamo bene come questo problema coinvolga da sempre tutti gli organi ed i media informativi. Basta citare un articolo dalla parvenza scientifica per condizionare il giudizio degli sprovveduti, si possono spacciare per certezze null’altro che ipotesi, si può insinuare senza indizi e suggerire interpretazioni intellettualmente disoneste, marcatamente di parte o fondate sul pregiudizio, le varianti qui sono molte. Per sgombrare il campo da strumentalizzazioni e deformazioni varie in questo contesto si tratterebbe di implementare quei vecchi, solidi e sani principi propri del metodo galileiano (e quindi di tutta la buona scienza), coadiuvandoli con le best practices proprie del codice deontologico dei giornalisti (attenersi ai fatti, se possibile dimostrarli, citare le fonti e tutelarne l’anonimato se richiesto, ecc.). Anche questo punto presenta diverse sfide, non c’è che dire.
    * Il problema dell’autoregolamentazione democratica dei gruppi: questa problematica riguarda la possibilità di creare delle meta-policy o meta-regolamenti che consentano a ciascun gruppo presente sulla piattaforma di online deliberation, di rivedere su base democratica ruoli e autorizzazioni inizialmente decisi dagli amministratori del gruppo stesso all’atto della sua costituzione. Questo processo dalla parvenza avveneristica trova in realtà il suo predecessore filosofico nel gioco di società Nomic e nelle idee di Peter Suber (si veda il libro The Paradox of Self-Amendment) ma in realtà afferisce in qualche maniera alle teorie e paradossi orbitanti attorno ai sistemi autoreferenziali.
    * La gestione dei grandi numeri a livello di partecipazione: grandi numeri implicano un volume di contributi da gestire potenzialmente enorme, con un prevedibile livello di overflow per i redattori, che dovrebbero crescere in maniera proporzionale, evitando le edit wars e riuscendo ad aggregare e canalizzare le idee maggiormente condivise all’interno di differenti e alternative proposte di soluzione.
    Tutto ciò comporta anche la necessità di sviluppare una tecnologia efficace in grado di evitare la proliferazione di proposte doppie o semanticamente affini, allo scopo di evitare la dispersione dell’intelligenza collettiva in rivoli di discussione ignari l’uno dell’altro.
    Infine si rende necessario ideare meccanismi in grado di filtrare sempre meglio il cosiddetto “suono” rispetto al “rumore” della conversazione, al fine di determinare rapidamente quale contenuto sia costruttivo (anche in senso critico) e quale invece rappresenti un generico commento non utile all’evoluzione della proposta, evoluzione che si immagina per definizione essere finalizzata ad una sempre crescente attendibilità, esaustività, comprensibilità e ipotetica efficacia e vicinanza rispetto allo stato dell’arte esistente sul tema considerato.
    Se i software di E-democracy saranno o meno in grado di realizzare un modello di Deliberative opinion poll, perfezionato e scalabile per grandi volumi di partecipanti, superando di fatto il modello del professor James S. Fishkin della Stanford University, che lo teorizzò nel 1988), sarà una delle sfide più interessanti cui prendere parte nel prossimo futuro.
    * Individuare un modello di e-democracy sostenibile: La E-democracy è sulla bocca di molti, tuttavia personalmente ritengo che il “solido della partecipazione” abbia una struttura piramidale costituita da un livello di partecipazione trasversale alla cultura, ma non all’impegno pratico (determinato in termini di tempo o denaro dedicato alla “causa”), con cui anzi trovo che esista una fortissima correlazione inversa (al crescere dell’impegno richiesto la base di utenti partecipanti si riduce). Partecipare costa fatica e per chi si dedica allo sviluppo di queste piattaforme trovare un modello economicamente sostenibile per continuare a coltivare il sogno di poter creare uno strumento utile al miglioramento della società, bilanciando garanzie per gli utenti e gratuità del servizio (fin dove ciò sarà possibile), è davvero la sfida più grande, perchè per un modello Wikipedia che riesce a sostenersi (seppur a fatica), mille altri falliscono miseramente e non sempre in seguito ad un equo processo di selezione naturale.
    Tutto ciò restando ben consapevoli che nessun software, per ora e per molto tempo ancora, sarà in grado di sopperire ai limiti culturali ed evolutivi radicati nell’essere umano, rappresentando esso sempre uno strumento, aggregazione ragionata di zeri e uno, dna digitale, mezzo e non traguardo, una tavolozza di colori e pennelli con cui dipingere un mondo nuovo, più equo e sostenibile, una tavolozza quasi-senziente che richiama, e reclama, ad un uso di sè effettuato con la dovuta perizia e maestria e con la giusta dose di umiltà che consenta a ciascuno di noi di apprendere ciò che di buono hanno da insegnarci gli altri.